Tempo di Pasqua

scritto da giorgiog1
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Testo: Tempo di Pasqua
di giorgiog1

Quando il prete entrava in classe per cercare volontari per la benedizione pasquale delle case, c’era un tirarsi indietro collettivo. Alla fine si faceva un po’ a turno tra i più volenterosi.
Si partiva verso le tre del pomeriggio e si tornava con il buio. Era stancante andare di casa in casa, per sentieri a volte fangosi e stradine di campagna. Le scarpe da trekking non esistevano, e la suola di cuoio, quando si assottigliava, prima di “sfondarsi” non proteggeva più dalle asperità.
Era un continuo abbaiare di cani, tenuti alla catena corta o a quella che scorreva su un filo teso tra due pali. Capitava di sentire il gorgoglio dei tacchini, il raglio di qualche asino solitario, o di incontrare Guglielmo col barroccio e il cavallo che portavano la sabbia dal fiume al muratore. Dove il barroccio non passava, c’erano i muli.
Il prete, con la veste nera e il Vangelo in mano, camminava davanti a passo svelto; noi chierichetti dietro, con il cesto di vimini e l’acqua benedetta. Quasi tutte le case erano povere: cucina, un paio di camere e un gabinetto, non sempre in casa. Le mamme, più o meno, sapevano l’ora: trovavamo tutto in ordine e pulito.
Sapevamo che ci toccava passare davanti alla Vittoria che, se era in permesso dal manicomio, ci urlava dietro qualche bestemmia.
Non mancavano neppure le improvvisate: ricordo, una volta, due ragazzini abbracciati dietro un muretto, intenti a fare all’amore. Il prete brontolò, ma benedisse.
In casa trovavamo quasi sempre mamme e figli: il marito era al lavoro, oppure, allergico all’acqua benedetta, si era lasciato per l’occasione, la piana più lontana per metter giù le patate.
Chi era in casa recitava la formula di rito; si apriva ogni porta al prete, che un po’ curiosava e un po’ benediceva.
Ricordo che nelle case dei comunisti l’Unità si infilava da sola nel cassetto.
Io mi soffermavo sui ritratti esposti nel mobile della cucina o appesi alle pareti. Non erano passati molti anni dalla fine della guerra, e tante erano le foto di soldati. 
Il prete, per rispetto, chiedeva ogni volta chi fossero. Ho ancora in mente le risposte: morto al fronte, disperso in Russia, mai tornato dal campo di prigionia. Se aveva la piuma d’alpino, era della Julia.
Anni dopo Bedeschi avrebbe raccontato quella spedizione durata un anno e mezzo, da cui circa novantacinquemila uomini non fecero più ritorno. E narrò il dramma di quei soldati che, mentre compivano il loro dovere, provavano un orrore crescente per la guerra, tentando di salvare, nell’ultimo rifugio dell’anima, la dignità di essere uomini.
Erano fotografie già sbiadite. Ora anche quelle madri non ci sono più. E pure il ricordo si è scolorito: troppo, quasi cancellato.
Forse anche per questo la guerra è diventata un videogioco: di cosa sia davvero è difficile rendersene conto.Un bicchierino di vermouth o di marsala il prete lo accettava: «Poco, per favore, solo per accettare». A noi, un bicchiere d’acqua, al massimo di viscì.
Quando faceva buio, arrivati al distributore della Rina, complice qualche bicchierino di troppo, il prete si dimenticava della veste e diceva: «Andate avanti voi, ormai s’è fatto tardi». E chissà quante volte l’aveva benedetta, per conservarsi così efficiente, la “pompa” della prosperosa e rubiconda benzinaia.

Tempo di Pasqua testo di giorgiog1
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